L’effetto Csi può fregare DSK
L’arresto di Dominique Strauss-Kahn a New York ha scosso il Fondo Monetario Internazionale, ha turbato la politica francese, ha innescato una guerra fra mondi giudiziari, ha reso l’establishment parigino una improvvisata testuggine del garantismo, ha stuzzicato, la grafomania di Bernard-Henri Lévy, cioè ha fatto un sacco di cose che gli americani non potrebbero considerare più futili. Sempre se non si considera la guerra in Libia, altro prodotto made in France.
22 AGO 20

L’arresto di Dominique Strauss-Kahn a New York ha scosso il Fondo Monetario Internazionale, ha turbato la politica francese, ha innescato una guerra fra mondi giudiziari, ha reso l’establishment parigino una improvvisata testuggine del garantismo, ha stuzzicato, come se ce ne fosse stato bisogno, la grafomania di Bernard-Henri Lévy, cioè ha fatto un sacco di cose che gli americani non potrebbero considerare più futili. Sempre se non si considera la guerra in Libia, altro prodotto made in France di cui i pochi americani che saprebbero collocare Tripoli sulla cartina senza l’aiuto di Google ancora non riescono a darsi una ragione rilevante in termini di interessi per l’America. Senonché l’arresto, l’incriminazione, l’indagine preliminare, l’incarcerazione, il successivo rilascio su cauzione e, insomma, tutta la narrativa pubblica del processo dell’anno è stata messa in scena sul suolo americano e quindi, per un’estensione drammaturgica dello ius soli, è diventata parte di una storia raccontata secondo la poetica legale americana.
DSK è stato arrestato dalla polizia di New York il 14 maggio, qualche minuto prima delle 16,40, mentre era su una poltrona di prima classe di un aereo Air France pronto al decollo su una pista dell’aeroporto JFK. Gli sono stati mossi sette capi d’imputazione, fra cui tentato stupro e “sodomia” (fattispecie generica che indica la violenza carnale “incompleta”), in questo caso costrizione a un rapporto orale. I fatti precedono di quattro ore e mezza il momento dell’arresto e secondo la vittima, Nafissatou Diallo, cameriera di 32 anni originaria della Guinea, l’ex direttore del Fondo Monetario Internazionale è sbucato fuori dalla doccia della suite 2.806 del Sofitel completamente nudo e l’ha aggredita, trascinandola sul letto nel tentativo di consumare un rapporto eterodosso; fallito questo primo intento, DSK l’avrebbe trascinata in bagno e costretta a una fellatio. Alle 12,28 il politico socialista ha fatto il check out dell’albergo e si è diretto a un ristorante “a qualche isolato da lì”, secondo i documenti della corte, dove aveva un appuntamento per il pranzo. L’arma del delitto-suicidio politico è il cellulare che DSK ha dimenticato in camera assieme ad altri effetti personali, alimentando l’impressione di una dipartita a tal punto precipitosa da rasentare la fuga. E’ per recuperare il telefono che DSK ha chiamato dall’aeroporto la reception dell’albergo, dove però ormai era arrivata la polizia su segnalazione della vittima. L’indiziato ha chiesto agli inservienti del Sofitel di fargli avere il cellulare al più presto all’aeroporto, loro hanno acconsentito con il fare eccessivamente cortese che ci si aspetta dal personale di un albergo da tremila dollari a notte, ma invece del prezioso ammennicolo gli hanno inviato un mazzo di agenti in divisa.
Se il caso di Dominique Strauss-Kahn diventasse un dramma legale all’americana inizierebbe da qui. Poi ci sarebbe il dipanarsi del plot classico per ritmo e iconografia: la tradotta in una questura di Harlem, la scientifica che cerca sotto le unghie dell’arrestato tracce di Dna, la Svs – special victim squad – che scandaglia il corpo della vittima, l’avvocato più dritto di New York chiamato in fretta a prendersi in carico il potente indagato, reporter che lasciano mogli e figli a Central Park – “torno subito”, mentono loro – per trovare informazioni sul caso, le prime pagine buttate in corso d’opera e rimpiazzate con il caso giudiziario dell’anno e i suoi retroscena preliminari. E’ l’inizio convulso di uno show che entra nella sua fase centrale due giorni dopo, quando DSK viene esibito in manette nella “perp walk” davanti ai giornalisti. Ha la barba di due giorni, il vestito del giorno prima e una faccia che a Francesco Merlo ricorda quella del “ceffo”; ma nel codice delle immagini stabilito dai legal thriller, dai film e dalle serie televisive ambientate in tribunale è la faccia qualunque di un imputato qualunque che ha passato due nottatacce e non vede davanti a sé prospettive di miglioramento. Un affronto alla sensibilità giudiziaria europea in generale e a quella francese in particolare; i commentatori di Parigi si scagliano come un sol’uomo contro l’umiliazione pubblica a cui il loro campione è sottoposto, mentre i reporter americani sperano che quella camminata valga un virgolettato degno di Willie Sutton, il terrore dei banchieri di New York: “Hey, Willie, perché rapini le banche?”, gli hanno chiesto durante la “perp walk”. “Perché è lì che ci sono i soldi”, ha detto lui sogghignando come se ci fosse un regista nascosto pronto a urlare “buona!” da un momento all’altro. In qualunque altro paese del mondo, Italia in testa, la sovrapposizione fra realtà giudiziaria e racconto è destinata a esiti grotteschi: la rappresentazione televisiva del foro è storicamente la contesa fra dirimpettai al cospetto di Santi Licheri, per quanto ora anche in modo più trash, mentre le serie televisive giudiziare o d’ambiente poliziottesco hanno quasi sempre bisogno della stampella della commedia.
Per decreto del giudice le telecamere possono curiosare in aula senza riprese di tre quarti o altri espedienti. E’ il frutto di una battaglia decennale nello stato di New York: dopo aver a lungo proibito le riprese la comunità giuridica si è trovata a confermare un vuoto legislativo in cui il giudice decide se e in che modo mettere su uno schermo la storia del processo. L’udienza preliminare in cui i legali di DSK hanno chiesto la scarcerazione su cauzione è la scena in cui l’occulto regista presenta le parti. C’è l’avvocato della cause impossibili, Ben Brafman, il turacciolo che a forza di colpi ad effetto ha fatto assolvere Michael Jackson, i rapper Jay-Z e Diddy (quello che una volta era Puff Daddy) e una lunga lista di celebrità date per spacciate. “Uncle Benny” è la copia sputata di Denny Crane, l’avvocato di “Boston Legal”, quello che prima del dibattimento dice: “Ho un’erezione. E’ un buon segno. Sono pronto per entrare in aula”. Il genere “nel dubbio ti distruggo, poi vediamo chi vince”. Il suo compagno di difesa, William Taylor, ha la faccia da fine settimana in campeggio a caramellare marshmallow, sintesi dell’americano con barba improbabile e camicia a scacchi che sa come va il mondo. Sfotte l’establishment in cui lui stesso sguazza come Tommy Killian, l’investigatore privato del “Falò delle vanità”, sfotte la facoltà di Legge di Yale: “Non era male. Come tutte le scuole di legge ti dà una visione scolastica. Sai, è perfetta per fare tutto quello che ti serve finché non devi avere a che fare con persone reali”. Forse è anche quello che nell’eccitazione di Brafman mette un freno alle costruzioni impossibili con consigli semplici all’assistito: “Smetti di infrangere la legge, cretino!”, come diceva l’avvocato impersonato da Jim Carrey che aveva perso la capitale facoltà di mentire.
Per decreto del giudice le telecamere possono curiosare in aula senza riprese di tre quarti o altri espedienti. E’ il frutto di una battaglia decennale nello stato di New York: dopo aver a lungo proibito le riprese la comunità giuridica si è trovata a confermare un vuoto legislativo in cui il giudice decide se e in che modo mettere su uno schermo la storia del processo. L’udienza preliminare in cui i legali di DSK hanno chiesto la scarcerazione su cauzione è la scena in cui l’occulto regista presenta le parti. C’è l’avvocato della cause impossibili, Ben Brafman, il turacciolo che a forza di colpi ad effetto ha fatto assolvere Michael Jackson, i rapper Jay-Z e Diddy (quello che una volta era Puff Daddy) e una lunga lista di celebrità date per spacciate. “Uncle Benny” è la copia sputata di Denny Crane, l’avvocato di “Boston Legal”, quello che prima del dibattimento dice: “Ho un’erezione. E’ un buon segno. Sono pronto per entrare in aula”. Il genere “nel dubbio ti distruggo, poi vediamo chi vince”. Il suo compagno di difesa, William Taylor, ha la faccia da fine settimana in campeggio a caramellare marshmallow, sintesi dell’americano con barba improbabile e camicia a scacchi che sa come va il mondo. Sfotte l’establishment in cui lui stesso sguazza come Tommy Killian, l’investigatore privato del “Falò delle vanità”, sfotte la facoltà di Legge di Yale: “Non era male. Come tutte le scuole di legge ti dà una visione scolastica. Sai, è perfetta per fare tutto quello che ti serve finché non devi avere a che fare con persone reali”. Forse è anche quello che nell’eccitazione di Brafman mette un freno alle costruzioni impossibili con consigli semplici all’assistito: “Smetti di infrangere la legge, cretino!”, come diceva l’avvocato impersonato da Jim Carrey che aveva perso la capitale facoltà di mentire.
Gli antagonisti – nello schema del “legal drama” gli avvocati difensori sono simpatici figli di puttana, i procuratori manipolano, i giurati sono manipolati e i giudici abusano del loro potere – della prima udienza sono il giudice Melissa Jackson, discendente di Theodore Roosevelt, nipote di un giudice della Corte suprema, figlia di un giudice, sposata con un avvocato, una che durante l’infanzia giocava al piccolo praticante. Da perfetto giudice, Jackson ama dare un tocco personale alle sue motivazioni: “Il fatto che sia stato catturato su un aereo in partenza per la Francia desta qualche sospetto”, ha detto mentre rifiutava il milione di dollari di cauzione che Brafman aveva offerto con quell’aria da “volendo ci compriamo tutto il tribunale”. Jackson ha acconsentito alle richieste del procuratore John McConnell, mascella volitiva e parlata asciutta, e dell’avvocato della vittima, Jeffrey Shapiro, l’uomo che siede nella parte opposta dell’emiciclo forense rispetto a Brafman. Uno difende celebrità e colletti bianchi sovraesposti dell’élite newyorchese, l’altro maneggia principalmente le class action della classe operaia contro il sistema. Alla Cnn ha spiegato che difende la cameriera pro bono, con lo stesso spirito umanitario con cui Denzel Washington difendeva il discriminato Tom Hanks in “Philadelphia”: “Questa è l’essenza della discriminazione: formulare opinioni sugli altri non basandosi sulle responsabilità individuali, ma piuttosto sull’appartenenza a un gruppo con certe caratteristiche”. Jackson ha spedito DSK nel ruvido carcere di Rikers Island, amichevolmente detto “la tomba”, accordandogli il solo privilegio della cella singola. Meno di ventiquattr’ore dopo il suo ingresso gli hanno dato scarpe senza lacci e hanno messo un piantone davanti alla sua cella per controllarlo a vista ogni quindici minuti. E’ il programma di osservazione dei potenziali suicidi, che “qui a Rikers significa che ti osservano mentre ti suicidi”, come dice il detective Lennie Briscoe di “Law & Order”.
Fra la procedura giudiziaria e la sua rappresentazione cinematografica c’è un rapporto di mutuo scambio. Il registro della finzione spinge la retorica del dibattimento, spettacolarizza le agnizioni sul palcoscenico dell’aula; le notizie di cronaca ispirano gli autori di “Law & Order”, che ritagliano le storie dei tabloid e ci ricamano sopra sceneggiature che confondono vero e verosimile.
Fra la procedura giudiziaria e la sua rappresentazione cinematografica c’è un rapporto di mutuo scambio. Il registro della finzione spinge la retorica del dibattimento, spettacolarizza le agnizioni sul palcoscenico dell’aula; le notizie di cronaca ispirano gli autori di “Law & Order”, che ritagliano le storie dei tabloid e ci ricamano sopra sceneggiature che confondono vero e verosimile.
Un vero procuratore potrebbe dire che “forse, se ci lavoriamo, possiamo fare accusare Dawson dell’omicidio di Kennedy”, mentre un giudice inventato potrebbe scrivere in una motivazione che “Clark Kent è l’unica persona che ha davvero capito la differenza fra giusto e sbagliato”. Chi noterebbe la differenza? L’antica tradizione della narrativa legale americana tende a mescolare i due piani nella percezione popolare, un po’ come quando di fronte a un paesaggio si dice che sembra una cartolina e non si pensa che a rigor di logica è la cartolina a sembrare un paesaggio.
Molto di questa peculiarità squisitamente americana deriva dalla sua istituzione simbolo, la giuria popolare, che nel caso Strauss-Kahn è comparsa per la prima volta giovedì scorso e ha confermato le accuse formulate nell’udienza preliminare. I giurati sono per definizione espressione dell’uomo della strada e quindi la loro percezione è esposta a tutte le influenze del mondo là fuori, come ha spiegato John Grisham in venti dei suoi ventiquattro romanzi (con ottime probabilità lo spiegherà di nuovo nel romanzo in uscita a ottobre, “The Litigators”). In fondo, il processo all’americana è, in senso letterale, una messinscena, con la differenza rispetto ad altre rappresentazioni che alcuni spettatori a un certo punto diventano giudici. Così vanno le cose, spiega Richard Bay nella serie “The Practice”: “Il signor Donnell dice che non si fida dei giurati. Bene, questo è il sistema in questo paese, se non gli piace che si trasferisca a Cuba”.
Molto di questa peculiarità squisitamente americana deriva dalla sua istituzione simbolo, la giuria popolare, che nel caso Strauss-Kahn è comparsa per la prima volta giovedì scorso e ha confermato le accuse formulate nell’udienza preliminare. I giurati sono per definizione espressione dell’uomo della strada e quindi la loro percezione è esposta a tutte le influenze del mondo là fuori, come ha spiegato John Grisham in venti dei suoi ventiquattro romanzi (con ottime probabilità lo spiegherà di nuovo nel romanzo in uscita a ottobre, “The Litigators”). In fondo, il processo all’americana è, in senso letterale, una messinscena, con la differenza rispetto ad altre rappresentazioni che alcuni spettatori a un certo punto diventano giudici. Così vanno le cose, spiega Richard Bay nella serie “The Practice”: “Il signor Donnell dice che non si fida dei giurati. Bene, questo è il sistema in questo paese, se non gli piace che si trasferisca a Cuba”.
Molte facoltà di legge negli Stati Uniti hanno corsi e centri studi dedicati all’influenza del sistema giudiziario nella cultura popolare e viceversa, e in queste fucine è fiorita una letteratura che considera in modo scientifico Perry Mason e in modo letterario O. J. Simpson. David Papke insegna “Law and popular culture” alla scuola di legge della Marquette University e ha scritto uno dei manuali di riferimento di questa scienza della fiction. Al Foglio dice che crede “sinceramente che la rappresentazione pop dei processi legali sia molto più influente dei processi legali stessi nell’idea che gli Americani hanno a proposito di questi temi”. Parla di una narrativa che “modella le inclinazioni e soprattutto le aspettative della gente in un processo, perché se vedi ripetere certi meccanismi in serie tv costruite con grande fedeltà tendi a ‘normalizzarli’, a farne uno standard”.
I giurati di una corte ormai si possono distinguere in due categorie, quelli che guardano quotidianamente show a sfondo legale e gli affezionati sporadici: “I primi hanno un’aspettativa molto più grande sul dibattimento” mentre considerano poco importante la parte documentaria. Una fattispecie ormai classica è “l’effetto Csi”: “Chi guarda spesso Csi è portato a credere che i procuratori producano sempre perizie clamorose, tipo prove del Dna o studi balistici perfetti, e quando nella realtà l’accusa non riesce a produrne secondo le aspettative, i giurati hanno la tendenza a ritenere l’imputato non colpevole”. Una convinzione su cui concorda anche Christine Corcos, professoressa della Louisiana State University, che però fa notare come gli avvocati abbiano iniziato a prendere contromisure alla deriva della fiction: “Ci vogliono un paio di giorni perché i legali facciano capire ai giurati che sono nel mondo reale, non in una serie tv dove in mezz’ora si tira fuori una prova del Dna che incastra qualcuno. Dopo questa ‘rieducazione’ tutto tende a tornare normale”, dice al Foglio. Sul caso Strauss-Kahn il fattore decisivo per la cultura popolare, dice Papke, è l’ingresso “dell’europeo ricco e potente” nell’incubo urbano di Rikers, in cui “la stragrande maggioranza dei detenuti è nera”: il tipico caso in cui “la rappresentazione simbolica tende a giustapporsi a quella reale, come uno si aspetta da questo tipo di narrativa”. Nell’ultimo atto scritto dallo sceneggiatore popolare, una seconda corte ha permesso a DSK di lasciare Rikers pagando una cauzione da sei milioni di dollari, oltre ad accollarsi le spese per pagare le guardie che piantonano la casa. Trovare un appartamento che accetti di accoglierlo non è semplice, non è soltanto una questione di soldi. La casa sulla 65esima strada che la moglie Anne Sinclair aveva individuato è indisponibile per via delle proteste di inquilini altolocati.
Per il momento DSK vive al 71 di Broadway e presto dovrà trovare un’altra sistemazione, ma “dal punto di vista narrativo la scarcerazione è l’evento decisivo: ha cambiato tutta la storia”, dice Philip Meyer, professore di Legge all’Università del Vermont, “nella competizione fra plot il fatto di essere fuori dal carcere è un’acquisizione strategica enorme. Nell’immaginario passa dall’uomo provato e impaurito della perp walk all’imputato dignitoso che può presentarsi con i suoi abiti su misura in tribunale. Ecco, io credo che i dettagli siano tutto”. Specialmente in un processo che non si svolge soltanto nelle aule ma in parallelo “nella super-realtà dei media”.
L’ultima scoperta dei giornali è che il giorno del fattaccio Strauss-Kahn ha invitato due inservienti del Sofitel a entrare in camera sua per “bere champagne”, argomento che nemmeno il suo creativo avvocato avrebbe il coraggio di usare per dimostrare le intenzioni innocenti del suo cliente. I tabloid newyorchesi stanno confezionando a ciclo continuo titoli, storie, illazioni, battaglie, cattiverie per allungare il brodo della vicenda. C’è la versione, poi smentita, che la vittima abiti in un palazzo che viene affittato con un canone agevolato ai malati di Aids e c’è la “madam” che serve gli appetiti della New York perbene – compreso l’ex governatore, Eliot Spitzer – a sostenere che anche DSK è fra quelli a cui ha procurato ragazze, le più costose. Il critico televisivo Ed Bark dice al Foglio che “i produttori di serie televisive potrebbero prendere spunto dal caso di DSK, ma le attuali serie televisive sono più incentrate sull’accusa, mentre qui ci vorrebbe una bella sceneggiatura che mettesse a fuoco la vittima. Vediamo chi sarà il più veloce a scriverla”. Robert Jarvis, esperto di letteratura legale della Nova Southeastern University, in Florida, spiega però quanto il pubblico americano abbia bisogno di conoscere bene tutti i personaggi di un caso per appassionarsi davvero: “Nessuno sa chi è DSK e anche se sulla carta ci sono sesso, potere, soldi, politica, cioè gli elementi per un ‘legal drama’ perfetto, direi che gli americani preferirebbero vedere la storia di Schwarzenegger”. Il professore di Stanford Michael Asimow non risparmia una dose di sarcasmo: “Sarebbe un’ottima sceneggiatura, perché il tema della caduta dei potenti funziona sempre. Però qui manca il tradizionale happy ending hollywoodiano…”.
Dal giudice da operetta di “Judge Judy” ad Aaron Sorkin e David Mamet, molti si sono cimentati con il genere benedetto della sceneggiatura legale, che nel format della serie televisiva iperrealista ha trovato il suo compimento pop ma deve continuare ad attingere elementi dalla realtà giudiziaria per perpetuarsi. Nello strano caso di DSK si è catapultati in un romanzo a più strati: per la prigione di Rikers Island serve quel maledetto e meraviglioso fuorilegge di Edward Bunker, per le arringhe impossibili della difesa ci vuole “Night court” (“Se non fossi nato ti avrebbe inventato Walt Disney”), per i capitoli sul giudizio popolare basta attingere da “La parola ai giurati”, quando il numero sei dice: “Non sono abituato a fare supposizioni, sono soltanto un operaio. E’ il mio capo che di solito fa le supposizioni”. Per l’alleggerimento facile c’è sempre Ally McBeal: “L’amore e la legge funzionano allo stesso modo: in teoria sono cose romantiche, in pratica possono farti venire la candida”. Non esiste una storia più intimamente americana e popolare di quella che vede al banco degli imputati non solo Strauss-Kahn ma la Francia e forse anche l’Europa intera, con le sue convinzioni legali elitiste, il complesso di superiorità sullo schema pop di “Law & Order”, il garantismo a comando, la smodata passione per le scartoffie che deprime lo slancio della competizione fra storie opposte narrate in forma orale. E’ lo scontro fra la civiltà pop e quella snob che soltanto la saggezza di un dialogo di Perry Mason in versione Sofitel può pacificare. Thelma: “E quindi qualcuno ha sbattuto contro la porta del bagno”. Perry: “In tutti i paesi del mondo tranne questo gli avrebbero aperto”.